La crisi in una gara di canottaggio: come si affronta e si supera

Il singolista bulgaro Kristian Vasilev. Foto di FISA/@igormeijer

Seconda tappa del viaggio nella psicologia del canottiere. Venerdì scorso abbiamo pubblicato la prima parte della tesina di Luisa Cioce (ex atleta torinese che, lo scorso ottobre, con questo lavoro è diventata allenatrice di 1° livello) dedicata alla capacità del canottaggio di forgiare donne e uomini in grado di affrontare la vita di petto. Un lavoro, quello di Luisa, che si basa sull’analisi dei metodi usati da ex campioni del nostro sport – Elia Luini, Leonardo Pettinari, Giorgio Tuccinardi, Marco Vitale e Alin Zaharia – che svelano in che modo questi atleti siano riusciti a primeggiare nel canottaggio.

Nella pubblicazione di oggi, ci occupiamo della crisi durante la gara (e l’allenamento), di come si affronta e si supera.

LA CRISI IN GARA E IN ALLENAMENTO: COME SI AFFRONTA

INTRODUZIONE«La gente pensa che vincere nello sport sia solo questione di muscoli. O di cilindrata del motore. Bè, lasciatemelo dire, non è così. Contano anche altre cose. Dietro la vittoria di un giorno c’è quasi sempre una storia cominciata anni prima. Una storia che parla di avversità. Di difficoltà superate quotidianamente per rincorrere un sogno che si è fatto da piccoli. Ostacoli che hanno a che vedere con gli insuccessi, le delusioni, gli infortuni, gli errori nella preparazione, i risultati che non arrivano, il fatto che si comincia a non credere più in sé stessi. Per non parlare della stanchezza dei muscoli, delle ossa e delle giunture che fanno male dop gli allenamenti più duri, del tempo che non hai più per altre cose. A me lo sport invece ha insegnato a soffrire, a combattere, a non mollare. Questa capacità – che tutti sappiamo esistere, ma che non sappiamo come attivare – oggi ha un nome preciso. Si chiama resilienza psicologica. È la capacità di resistere allo stress, di superare gli ostacoli e di rimanere motivati nel perseguire i propri obiettivi. Ho trovato estremamente interessante l’idea che si possa costruirla, allenarla. E soprattutto insegnarla alle nuove generazioni». Pietro Trabucchi, psicologo dello sport.

Leonardo Pettinari (a sinistra) ed Elia Luini a Sydney 2000.

Come affrontavano la crisi Leonardo Pettinari ed Elia Luini, vicecampioni olimpici in doppio Pesi leggeri a Sydney 2000?

Leonardo Pettinari: «Una gara senza crisi è come un cielo senza stelle, ma se ne esce con la consapevolezza delle proprie potenzialità e sapendo che per crescere a livello fisiologico bisogna passare momenti bui. Nella settimana di carico denominata “I gironi della morte” reagivo come la fenice perché sapevo che con la scarico rinascevo più forte».

Elia Luini: «L’allenamento è la ricerca della crisi, nell’allenamento devi riprodurre le stesse cose che succedono in gara e in una gara, dando il massimo, prima o poi dovresti andare in crisi, ma dovresti anche essere in grado di superarla. Se una crisi è data dall’allenamento, è molto facile superarla: ogni crisi ha un suo momento di ristoro, di recupero di quella forza che hai, di quel desiderio che hai di fare, che ti spinge a riprendere quando recuperi le forze».

L’IMPORTANZA DELL’ALLENATORE

Luini: «Molte volte, da solo, uno potrebbe abbandonare la sessione e trovare mille alibi, mentre se c’è qualcuno, l’allenatore, con una certa autorità che ti può “obbligare” ad andare avanti, a non smettere, a ritrovare la motivazione, è proprio lui che devi ringraziare se superi la crisi».

Giuseppe La Mura, ex direttore tecnico azzurro.

LUINI RICORDA LE PAROLE DI GIUSEPPE LA MURA, EX DIRETTORE TECNICO AZZURRO

Luini: «Il dottor La Mura, molte volte, ci diceva che quando sei in crisi non ragioniamo. In questi casi
non entra in gioco la ragione, ma comanda il cervello rettile, quel cervello primordiale degli esseri umani che puntano, per indole, alla soppravvivenza, a fare meno fatica possibile. Quando un organismo è in difficoltà punta a preservare l’organismo, il cervello rettile ti spinge a fare la cosa piu facile per fare meno fatica».

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